December 8, 2010 at 12:16am
9. L’album di Elisa
Elisa che camminava in via del corso, indossando quella camicetta di seta.
Elisa, che correva verso di lui con fare minaccioso, scalza sul parquet.
Un’altra pagina da sfogliare su quell’album grigio conservato in modo ossessivo.
Per Diego la vita si era chiusa lì: un mattino di ottobre in cui la pioggia era incerta e il sole troppo timido per uscir fuori dal grigio e farsi sentire. Quella telefonata che arrivò in tempo per ingoiarsi la voglia di vivere, poco prima della pausa pranzo. Le parole calcate dall’intermittenza della linea telefonica e dallo sconforto di una voce indistinta: mi dispiace – sua moglie – non ce l’ha fatta – mi dispiace – è una tragedia – condoglianze. Condoglianze.
Un incidente stradale; banale. Come la vita che diventa morte. Come tutte le luci che si spengono per poi non riaccendersi più, mai più. E mai più, il mai più che ora sentiva presente nella sua quotidianità come in nessun altro momento era successo, proprio non lo sopportava.
Mai più riamerai, mai più la rivedrai, mai più sentirai il profumo di Elisa, mai più farete l’amore, mai più litigherete, mai più avrete qualcosa. Non l’avrai mai più. La voce nella testa che in continuazione glielo ripeteva. E l’album di foto era rimasto tutto. Tutto.
Scoprì che aveva una gran quantità di sue foto. Scoprì che entrambi amavano immortalare i loro momenti insieme. E ne avevano avuti tanti.
A cinque lunghi anni dalla sua morte, Diego passava le serate a sfogliare quell’album di foto in cui aveva raccolto tutto ciò che era riuscito a trovare. Foto di Elisa da sola, foto di Elisa assieme a lui (la maggior parte), foto di Elisa con i compagni dell’università, foto di Elisa con il loro gruppo di amici. Diego tornava a casa, e sfogliava. Immaginava di essere lì con lei, in quel mondo interno alle fotografie. Un mondo in cui sua moglie era ancora viva e potevano stare assieme. Immaginava di essere nelle foto che sfogliava. Vedeva Elisa correre, e sulla superficie della foto appariva anche la sua figura, al fianco di sua moglie, correvano assieme. Immaginava di essere lì, nelle foto in cui si vedeva un caminetto acceso, steso sul tappeto e adagiato sotto una coperta di lana con lei, immaginava che si tenessero stretti, che si accarezzassero, che facessero l’amore. Per anni immaginò tutto il mondo al di fuori del reale, tutto un mondo con lei. L’ultima sera, Diego tornò a casa e si levò il giaccone, buttandolo sulla sedia della cucina. Prese l’album e si stese sul divano. Lo aprì, e non vedeva l’ora di salutare Elisa. Qualcosa cambiò. Sfogliava le pagine di quell’album, ma le foto erano diverse.
Cercava Elisa, ma Elisa non c’era più. C’era solo l’immagine di lei.
September 7, 2010 at 6:57pm
8. Secondi
Questi sono i secondi che scorrono. Puoi vederli danzare attorno a te e al tuo avversario. Mentre lo fissi negli occhi, quei secondi che passano durano un’eternità. È una questione di nervi, mi dicevano sempre. Tieni la pistola sulla fondina finché non lo senti, quel momento. Il momento in cui devi sparare. Devi estrarre l’arma, fissando negli occhi il nemico, prima che lo faccia lui. Alcuni mi dicevano che dopo aver sparato, se sei ancora tutto intero, provi malinconia, e una sensazione di profonda tristezza. Durante quei secondi che passano, quell’eternità di secondi pesanti come rocce, fissando negli occhi il tuo nemico stabilisci un contatto, un legame. Sapete entrambi che quei secondi sono gli ultimi attimi di vita per uno dei due, e che quegli ultimi attimi saranno vissuti così: guardandovi negli occhi, scrutandovi dentro, nel cervello, nell’anima. C’è chi dice che alcuni non sopportano l’idea di aver ucciso il nemico; che i primi giorni dopo il duello si desidera di esser morti al posto dell’altro. Ci si convince che non è giusto, chi ha il diritto di decidere quale dei due deve sopravvivere, e quale morire? Quanti secondi ci separano dal momento di estrarre? Chi estrarrà per primo? Se sparerò per primo, sarò in gamba abbastanza da mirare e colpire? O lo mancherò e lui mi ucciderà dopo? Quanto può far male un proiettile? Passerà attraverso la carne senza urtare niente di vitale? Colpirà un osso? Potrebbe scheggiare una vertebra, paralizzarmi per sempre? Peggio, potrei morire. Sento che la mano trema, trema, trema, vacilla come vacillano i miei pensieri e a stento sto sulle ginocchia. Mi chiedo per un istante se è così anche per il mio nemico. In fondo cosa conosco di lui? È più esperto di me? Quante persone avrà già ucciso? Cerco di decifrarne l’espressione del volto, e mi sembra che stia sorridendo.
Sta sorridendo.
Sta sorridendo.
Sta sorridendo.
BANG.
Un rumore.
Cade …
è lui a cadere o sono io?
Sono secondi … secondi … secondi …
April 14, 2010 at 6:49pm
7. L’ ultima leggendaria performance di Mrs. Eva Cocklove
Censured.
January 27, 2010 at 1:22pm
6. Salute
Sascia faceva il lavoro sporco.
“Sporco” lo chiamava lui. Per il capo, invece, il nome era “pulizia”. Paradossale, pensava.
Il signor Frank, ossia il capo, veniva chiamato ‘lo Stuzzicadenti’; pesava 190 kg. Sascia si rendeva conto ogni giorno di più di lavorare al servizio di una filosofia basata sul paradosso e sull’incertezza. Ciò che è sporco è pulito, ciò che è fino è grosso. Quel giorno erano entrati a casa di Mr. Metallo. Lui, così diceva lo Stuzzicadenti, era un figlio di troia, e come tutti i figli di troia andava inculato per benino. Assieme a Sascia e al suo Boss, ovviamente, c’erano i tre sgherri della peggior specie. I nomi non ci interessano, non ci interessano neanche i loro volti, ci interessa quello che avevano in mano. Una USP compact con silenziatore a testa. Sascia non chiedeva al capo: ma perché ce ne portiamo tre appresso ogni volta?
Il primo estrasse la pistola con precedenza sugli altri, puntò il mirino verso Mr. Metallo, che era seduto in vestaglia sul suo divano di pelle con in mano un bicchiere di JD. Il buon Jack Daniels, compagno di ventura e di sventura: Sascia non ne teneva a casa, perché quando tornava dal lavoro ne aveva già bevuto fino a scoppiare, e tutto gratis. In genere i morti non finivano mai di buttar giù il whisky contenuto nel bicchiere, che non si rompeva mai. Così Sascia faceva collezione di Old Fashioned appartenuti a vecchi bastardi criminali. Si chiedeva, ammirando la sua collezione di bicchieri rubati ai defunti: quanto è paradossale tenere una collezione di Old Fashioned senza comprare mai del whisky o del rum da versarci dentro?
Anche Mr Metallo non finì di bere il whisky dal bicchiere, che rimase appoggiato sul tavolino di cristallo. Dopo la prima scarica di colpi, dal piano di sopra scesero due ceffi. Erano i fratelli del figlio di troia, e quindi, per una semplice associazione di idee, erano figli di troia anch’essi. E cosa succede ai figli di troia? Nella testa di Sascia, il signor Frank diceva: vanno inculati per benino, figliolo, inculati per benino!
A quel punto i restanti due sgherri estrassero eccitati la loro rispettiva USP Compact con silenziatore, e spararono a bruciapelo ai due avventori. Ne rimasero due carcasse inermi a terra e una quantità incredibile di sangue e organi maciullati sparpagliati per le scale e appiccicati al muro.
Il Signor Frank - Stuzzicadenti accese un sigaro e scatarrando abbandonò la stanza con i suoi ceffi. Disse a Sascia: fammi sapere quando hai finito di pulire, e buona bevuta!
Sascia si sedette sul divano di pelle cosparso di buchi e pezzi di carne umana, spostò il cadavere di Mr Metallo gettandolo sul pavimento. Prese l’Old Fashioned agitandolo leggermente, sorrise pensando al paradosso di considerare un bicchiere di whisky mezzo pieno, oppure mezzo vuoto. Ah, i fottuti paradossi.
Prima di bere si rialzò in piedi, tenendo stretto il bicchiere nella mano, poi guardò i tre cadaveri stesi al suolo e inspirò con forza, come in un grande sospiro, l’odore di sangue caldo.
Alla vostra.
January 22, 2010 at 10:17pm
5. Hikikomori
Che bel lavoro, ragazzi, dice Kaede al microfono; che gran mossa! Abbiamo usato il cervello, cazzo, il cervello. Una voce leggermente disturbata dice: ottimo Xador, sei un grande! Si, sarò un grande, risponde Kaede, ma se tu non avessi ucciso il bastardo che lanciava palle di fuoco non sarei riuscito a sfondare la torre nemica. Kaede sente bussare alla porta, è sua madre; piange. Kaede devi uscire da lì; Kaede hai saltato il pranzo, mangia qualcosa almeno a cena; Kaede non vai a scuola da due giorni. Non vuole sentire lagne, Xador, ossia Kaede. C’è solo lui, il suo gioco online, la sua crew, nient’altro. Ora, Kaede, noi andiamo a dormire. Sì, Xador, ci sentiamo domani! Dai, belli, facciamoci un’ altra fortezza! dice Kaede. No, davvero, è già tardi, e io devo finire i compiti, ciao. Dai, ragazzi, non fate gli idioti. Kaede sente un click, una voce robotica emessa dalle casse del suo computer dice: l’utente akira90 ha abbandonato la chat vocale; poi, subito dopo: l’utente kakukuthebest ha abbandonato la chat vocale; l’utente bravenight ha abbandonato la chat vocale; l’utente starlene89 ha abbandonato la chat vocale. Kaede apre la finestra della chat: legge solo il suo nickname, Xador, nella lista degli utenti collegati. Dice: vaffanculo tutti, mammolette, non diventerete mai in gamba come me, sono il numero uno. Chiude la chat vocale, accede a iTunes e avvia la sua playlist preferita, quella che gli da la carica. Sotto la scrivania, dalla borsa poggiata a terra, estrae una confezione da sei redbull. Ne apre una, comincia a berla mentre fissa lo schermo del pc con gli occhi di un soldato gettato nel caos di una guerriglia. La sua stanza è accogliente, i muri tappezzati da poster di vario tipo, mensole in legno che sorreggono fumetti e cofanetti di videogiochi in edizione limitata. Kaede continua a giocare, a muovere i passi del suo personaggio tridimensionale, lancia incantesimi, uccide gigantesche creature, si potenzia sempre di più. Non ha memoria, Kaede, che condivide i ricordi del suo alter-ego, Xador. E Xador fa compagnia a Kaede solo dai led di un monitor. Non è assieme a lui quando ottiene risultati pessimi a scuola, non è assieme a lui quando i coetanei lo deridono perché preferisce non lavarsi pur di passare qualche ora di tempo in più davanti al pc. Non sarà assieme a lui quando Kaede, pur di giocare, sarà costretto a frequentare gli internet point di tutta Kanagawa. Non sarà assieme a lui quando, dopo cinquantasei ore filate di videogame, Kaede subirà un arresto cardiaco.
January 15, 2010 at 12:22am
4. Sogno
Un altro litigio, il sonno, la noia. Marina è seduta sul letto, rivolta verso la porta. Non vuole guardare in faccia il suo compagno, lo odia, il bastardo. Odia il modo in cui la guarda, lo sguardo di chi si crede superiore, di chi la insulta, dicendole che non è alla sua altezza. Odia il modo in cui guarda le altre donne, incurante del fatto che stia camminando a braccetto con la sua fidanzata. Marina si alza, senza voltarsi, non vuole vedere quella faccia. Va in cucina e si sciacqua il viso con l’acqua del rubinetto. Sente caldo, nonostante sia seminuda e sia inverno, ma il calore che ha dentro è il calore della rabbia. Digrigna i denti e stringe forte il pugno, alza gli occhi al cielo. Sente i passi di Paolo, i piedi nudi che si avvicinano sempre di più alla cucina. Lui non dice una parola, lei è furiosa. Dal frigorifero estrae un cartone di latte chiuso, apre un cassetto e fruga in cerca di un paio di forbici che non trova. Quindi prende un coltello da bistecca e comincia a seghettare con pazienza finché la punta della scatola non si stacca, poi si versa il latte in un bicchiere. Marina lo beve tutto, mentre scorge i movimenti dello stronzo, che continua beato a farsi i comodi suoi. Vorrebbe star zitta e non degnarsi nemmeno di rivolgergli la parola, ma non ci riesce. Allora, dice la donna, stronzo, neanche ti degni di parlare? Ma ti rendi conto di quanto sei bastardo? A una festa, dico io, a una festa, è mai possibile che debba stare a rincorrerti perché altrimenti torni a casa con qualche puttanella al mio posto? Marina non vede più, non sente più, l’unica cosa che prova è una profonda rabbia, l’odio per una situazione da cui non riesce a uscire, e la vista è annebbiata dal colore rosso, le orecchie frastornate dal suono incessante delle sue stesse parole colme di risentimento e disperazione. I suoi occhi sono puntati ora su quelli di Paolo, che parla, ma nessuno è lì a sentire ciò che dice. Nessuno sta ascoltandolo mentre le dice di smetterla, le dice calmati Marina, stai facendo una storia per nulla, stai pensando chissà cosa, ma non è niente. E posa quell’affare. Nessuno è lì ad ascoltarlo, neanche Marina, che gli pianta il coltello da bistecca sulla giugulare. E il sangue macchia ogni cosa.
Marina apre gli occhi, Paolo è sveglio, appoggiato sui gomiti, la guarda sorridente: “dormito bene?”
January 13, 2010 at 2:13pm
3. Talento
Giancarlo Fossi, completo di marca su un corpo basso e brutto, in testa un tappeto di capelli castani trapiantati, ha un sorriso falso in faccia, a nascondere il becero opportunismo che trapela dai suoi occhi. Porge con la mano sinistra un bicchiere di champagne a Veronica, poi avvicina il suo per proporre un brindisi: a noi due, dice. Veronica lo guarda dall’alto del suo metro e 75, ogni tanto cerca di portare in basso l’orlo del vestito, troppo corto per proteggerla dagli occhietti umidi e desiderosi del suo interlocutore. Hai degli occhi stupendi, dice il piccolo uomo, e i tuoi capelli profumano di incenso. Te l’ha mai detto nessuno che pofumano di incenso? La ragazza sorride imbarazzata, spesso si guarda le ginocchia per non incrociare lo sguardo con lui. E lui lo sa, capisce alla perfezione quanto può disgustarla, quanto può un uomo di 60 anni con lifting a suo carico per un valore di migliaia di euro, disgustare una 18enne timida e splendida. Butta giù in un sorso il bicchiere di champagne, se ne versa dell’altro, ancora tutto giù, gli occhi diventano sempre più rossi e l’alito insopportabile. Dice alla ragazza che lui non vuole mica approfittare, è il suo lavoro, ha visto in lei del talento, i movimenti giusti, lo sguardo che piace al pubblico, sa recitare benissimo. È fatta per la televisione, dice. Purtroppo però la TV è fatta così, non sempre chi ha dalla sua il solo talento riesce a sfondare, ci vogliono i giusti agganci, un equilibrio giusto tra bravura e sottomissione. Io farò di tutto per te, dice, stai tranquilla che quel posto lo avrai. È solo una questione pratica, do ut des, piccola. L’uomo alza il braccio e l’accarezza sul collo, poi scende facendo scivolare la mano giù per il seno, i fianchi, fino al suo sedere. Le dice: capisci? dobbiamo intavolare un rapporto di scambio, è questo il mostro televisivo, così funziona. Che ne dici? Vuoi sfondare? Veronica sfila le spalle dal vestito nero, e lo fa cadere a terra, è nuda, si sdraia sul divano. Mantiene lo sguardo fisso sul soffitto, mentre Giancarlo Fossi è sopra di lei e la scopa. E lui dice: di’ che sono il tuo papi, bella fighetta, di’ che sono il tuo papi!
January 12, 2010 at 7:44pm
2. Rosso
Paul Steiner è un’emerita testa di cazzo. Mi guarda, dall’alto dei suoi stivali col tacco da fighetta, batte sulle mani la sua piccola asta di legno e tira su con quell’enorme nasone da segaiolo. L’hai fatta davvero grossa stavolta, dice, mentre muove leggermente la testa a destra e a sinistra, lui e i suoi patetici tic nervosi. Fa un passo verso di me e io non indietreggio, non abbasso lo sguardo, non chino il capo. Vaffanculo l’autorità che rappresenta questo dandy da quattro soldi. Non sono come te, gli dico, non lecco le palle ai potenti per guadagnare da vivere, non insegno in una scuola altezzosa e snob solo per sentirmi importante e gongolarmi. Lui contrae quella faccia da idiota in una smorfia schifata. Bruciare una biblioteca privata, dice, è un reato grave. Tu e le tue molotov, Dane, tu e i tuoi amici così succubi, debosciati. Non siete all’altezza di queste mura e mai lo sarete. Il bastardo alza la sua stecca di legno levigato, e mi colpisce le mani, colpisce le ossa delle nocche, colpisce i tendini e la punta delle dita. Fa un male cane ma io continuo a guardarlo negli occhi e a sorridere, come se mi stessi godendo un cartone animato al cinema. Sull’uscio della porta, posso vederlo con la coda dell’occhio, c’è Frank London, il professore più rammollito e senza palle che questo schifo di istituto mantenga. È lì che ansima, si mangia le unghie, suda, si lamenta a bassa voce. Vorrei dirgli bastardo, guarda che il tuo collega si sta lavorando ben benino le mie braccia a suon di steccate, non le tue, quindi smettila di frignare e fai l’uomo. Dopo un po’, l’isterico figlio di puttana di Steiner ci da un taglio e se ne va, ho le braccia rosse e i lividi neri. London si avvicina a me e, con quell’aria da cagasotto, mi dice che tutto passerà, che cesserà il dolore alle braccia e alle mani di me e dei miei amici, forse ora non possiamo muoverle, ma presto potremo tenere in mano di nuovo una penna e scrivere sul quaderno. Io alzo i tacchi e me ne vado, non mi importa un fico secco di poter stringere una penna, e non importa un fico secco neanche a Steve, Isy, Buck e Lenny. Li trovo all’uscita che si carezzano i polsi e le braccia, gonfie e nere, livide come le mie. Ci incamminiamo verso il parco e ridiamo e scherziamo tra di noi, le dita non ci servono per stringere le penne, né per reggere zaini o cartelle, né per stringerci in abbracci. Sappiamo che, quando ci sarà bisogno, terremo le nostre mani una sopra l’altra, premendo a vicenda sulle nostre piaghe, e il peso della nostra congiunzione basterà per schiacciare il grande, meraviglioso tasto rosso della Bomba.
3:58pm
1. The rule
Il mio psicanalista mi parla: dice che ho fatto progressi.
Sfoggia un sorriso tutt’altro che sincero, sa bene quanto me che il mio è un caso disperato. Non lo fa perché vuole prendermi in giro, non lo fa perché si prende gioco dei suoi pazienti, avido del guadagno che può ricavare forzandoli a continuare ancora e ancora le sedute. È la regola che glielo impone, le norme, studiate a tavolino da quando ha intrapreso la carriera universitaria, da quando si è occupato di psicologia, da quando ha messo la sua mente al servizio dei poveri malati mentali, dei poveri suicidi, dei pazzi ossessivi.
Le regole gli dicono di sfoderare i denti, piegare gli zigomi, inclinare la testa, rassicurarmi anche se è conscio del fatto che presto o tardi mi alzerò da questo divanetto di pelle - che fa un rumore cane quando ti ci strusci sopra - e mi getterò fuori da quella finestra. Abbraccerò l’asfalto a 150 chilometri orari, gli occhi mi schizzeranno fuori dalla faccia, il cervello si spappolerà mescolandosi al resto della testa in un concentrato di ossa, materia grigia, sangue e muco e il mio corpo si appiattirà contro il cemento. La gente urlerà, si sentirà male, rigetterà a terra; non è nella regola vedere un uomo cadere dall’ottavo piano di un palazzo, non è nella regola vedere ciò che ne resta dopo la caduta. Le norme ci dicono che quello che conteniamo deve restarci dentro, ci dicono che chi si uccide va all’inferno a scontare la sua dannazione eterna perché troppo debole e troppo rinunciatario. Dario, il mio psicanalista, si è alzato dalla sedia; ora è davanti alla sua scrivania e fruga all’interno di una scatola di mogano scuro, ne tira fuori un sigaro e lo accende mettendoselo prima in bocca e tenendolo stretto tra i denti bianchi. Prima mi chiede se mi dia fastidio il fumo. Gli dico che non mi crea problemi. Le norme dicono che la vita è un bene, che è uno spreco buttarla via così, che è peccato rinunciarvi, è contro le regole uccidersi. Io progetto di uccidermi, Dario fuma tutti i giorni. Io esito, lui continua nella sua opera di autodistruzione passiva, perché le regole glielo permettono. Se continuerò ad esitare, forse molto presto non avrò più uno psicanalista pronto a sfoggiare il suo sorriso per me. Gli dico che non dovrebbe fumare, se ci tiene alla salute. Mi dice che è come una droga, che non può smettere di farlo. L’ultima volta ci ha provato, ha comprato dei cerotti antifumo. Ha comprato dei libri, manuali per smettere di fumare. Pieni di regole utilissime, dice. Regole per resistere alla tentazione, regole per fingere di fumare tirando da una Bic, regole per sentire la soddisfazione del fumo iniettandosi nicotina pura in corpo. Le norme ci consentono di scappare dai nostri problemi, le regole ci dicono che possiamo farci del male, basta che non ci spappoliamo il cranio sul cemento. Mi dice che il prossimo appuntamento è tra una settimana, mi consiglia di tenermi occupato, di rilassarmi ma di non fermarmi troppo a riflettere. Dice che devo trovarmi qualcuno con cui passare il tempo, che la solitudine è la peggiore strada per la distruzione di sé stessi. Io mi alzo e lo saluto con una stretta di mano, ne approfitto per guardare da più vicino il suo sorriso, poi esco dal suo studio. Infilo la giacca e scendo le scale. Le regole ci aiutano a vivere. Ci aiutano a interagire con il prossimo; ci muoviamo, parliamo, osserviamo secondo una lista di parametri non scritti che dobbiamo rispettare per non dare la possibilità agli altri di etichettarci.
Dentro casa sento odore di chiuso, di vuoto. Apro le finestre, tiro su le serrande, accendo la televisione per non sentire il silenzio, per riempirmi le orecchie di qualcosa di diverso. La mia testa dice: salta giù da quella finestra e falla finita. E avrete la vostra batteria di pentole con in più uno splendido omaggio per la cucina di casa vostra! Dice la televisione. Sento qualcosa strusciarsi contro l’orlo dei miei pantaloni. Piadina fa le fusa, mi guarda con i suoi occhi verdi da felino e si lecca i baffi, poi salta sul divano, ci infila i piccoli artigli dentro. La televisione dice di chiamare il numero verde in sovraimpressione per avere oggi, e solo oggi nelle nostre cucine, ad un’offerta speciale il nuovo mestolo in acciaio inossidabile: perfetto per ogni tipo di occasione. Piadina aspetta con ansia che gli versi il latte nella ciotola. Prendo la scatola di cartone dal frigo e verso finché non riempio per metà la scodella. Richiudo il contenitore e lo rimetto al fresco. Piadina si gode il suo latte, e per qualche attimo resto piantato lì in piedi a fissare la lingua felina che fa avanti e indietro tra i denti piccoli e appuntiti e la bevanda. Una ragazza sorridente in slip e reggiseno fa un salto e mette in bella mostra le ascelle depilate e lisce, un ragazzo mezzo nudo la abbraccia e la bacia. Lei mi fissa dallo schermo e dice: “Altolà al sudore!”. Prendo il telecomando e spengo la tv. Adesso sento il rumore del silenzio, sento gli uccelli cinguettare e la voce torna a risuonare dentro di me. Ammazzati. Che hai da aspettarti dalla vita? Ripenso a quello che mi aspettavo prima. Una vita felice, il matrimonio, una casa più grande, un lavoro soddisfacente, iscrivere mio figlio in una buona scuola, insegnargli. Le regole sarebbero state le stesse anche per lui? Cammino verso la finestra spalancata, mi immagino come sarà precipitare. Se avrò paura in quei pochi secondi che separano il lancio dalla caduta. Se ci penserò su rendendomi conto di aver fatto un errore troppo grave. Se forse la dannazione eterna esiste davvero, e io sto andandoci incontro. Mentre muovo il primo passo fuori, toccando il pavimento caldo del balcone, Piadina miagola. Squilla il telefono. Io mi giro e torno verso la cucina.